Sibelius e…il silenzio

Sibelius e…il silenzio
di Alessio Venier

Di tutti i fenomeni naturali uno dei più sfuggenti, ma allo stesso tempo capace di evocare le sensazioni più intense, è il silenzio della natura, che ha sempre attirato la mia attenzione per la sua potenza e, per quanto sembri una contraddizione, per la sua pienezza.

Pochi momenti possiedono, nella mia esperienza, una grandiosità paragonabile al silenzio che si impone quando si supera l’ultima balza di una montagna e il panorama improvvisamente si apre davanti agli occhi; o al silenzio teso ed elettrico che precede un temporale in uno spazio aperto. La stessa sensazione l’ho ritrovata, negli anni e con gradualità, nella musica di Jean Sibelius: una sorta di culto del silenzio che nella mia percezione rende le sue opere sempre vive, presenti e assolute.

Spesso negli scritti di musicologia ci si sofferma, riguardo a questo o quel compositore, sulle più o meno efficaci strategie di imitazione dell’elemento naturale: da Marenzio a Smetana, fino a Richard Strauss e Jón Leifs, non c’è quasi autore che non si sia cimentato, in maniera del tutto consapevole e cosciente, nella “traduzione” in musica della sfuggente manifestazione più pura del mondo. La musica di Sibelius è invece di stampo profondamente diverso, nonostante spesso venga accostata alla produzione di altri compositori “naturalisti”: l’elemento naturale nella sua musica è spesso sublimato e visibile soltanto in trasparenza, si riverbera nel trattamento stesso del materiale musicale e nella logica degli sviluppi, non nell’esteriorità della percezione dell’ascoltatore. In questo senso, un interessante elemento della sua produzione è la rappresentazione del silenzio. Tralasciate le brezze, le tempeste e le burrasche marine (elementi, questi, dalla spiccata “sonorità”), il silenzio è per sua natura una contraddizione, se si cerchi di imitarlo in musica. Rari tentativi sono stati certamente compiuti, e uno dei più efficaci è quello dell’Alpensinfonie di Richard Strauss, nel cui finale la descrizione della notte silenziosa calata a coprire la montagna è condotta attraverso un cluster diatonico che satura le 4 ottave medio-gravi della tessitura orchestrale, creando quasi un rumore bianco che si confonde gradualmente con il rumore di fondo della sala da concerto. Ma, se di silenzio si tratta, è un silenzio piuttosto tangibile se è addirittura notato con altezze e durate precise.

Sibelius è estraneo a queste atmosfere concrete, preferendo una via di maggior astrazione: il silenzio evocato nelle sue composizioni infatti non compare soltanto nei lavori “a programma”, bensì è rintracciabile in moltissime opere di musica pura, ad esempio nelle sinfonie. Dal silenzio germoglia l’esile solo di clarinetto che apre la Prima, da un battere silenzioso prendono avvio i sospiranti ribattuti all’inizio della Seconda. Nel sorprendente finale della Quarta il silenzio è utilizzato in tutta la sua potenza come un vero e proprio strumento capace di troncare bruscamente gli ultimi accordi (in un enigmatico mezzoforte, un unicum per un finale di sinfonia), creando uno shock nell’ascoltatore. Ma è a partire dalla Quinta Sinfonia che il silenzio diventa elemento fondante della costruzione musicale di Sibelius: il finale della Quinta è retto da un graduale rallentamento della percezione temporale, fino agli ultimi monolitici accordi che la chiudono. Sembra naturale tuttavia che la musica continui ancora oltre l’ultimo accordo, nell’immobilità perfetta che si nasconde dietro il silenzio. Il trattamento stesso del materiale musicale lo suggerisce, lasciando a intendere ulteriori evoluzioni oltre le ultime stanghette di battuta, che non possono essere esplicitate ma tuttavia possiedono la stessa realtà di quelle notate con simboli su carta.

In questo senso, a proposito di Sibelius, non si può parlare di imitazione dell’elemento naturale (tranne che in alcuni casi didascalici, ad esempio ovviamente nella Tempesta), bensì della sua evocazione. La natura è talmente connaturata nel suo animo e nel suo inconscio da non poter essere ammirata dall’esterno, ma soltanto celebrata e venerata come elemento generatore di tutto ciò che compone un essere umano che di essa si fa soltanto interprete, e mai padrone.

 

L’argomento è sviluppato in un volume di prossima pubblicazione presso la LIM che inaugura una nuova collana di testi guida ai capolavori della storia della musica.

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